Quale stile per il presbitero in un mondo che cambia?

Il gruppo liturgico-vocazionale


La maturità di un “io” vulnerabile per la salvezza delle anime


Come ogni anno, nel mese di settembre, abbiamo iniziato la nostra formazione in seminario con una settimana di esercizi spirituali. Mons. Giovanni Intini, vescovo di Tricarico, ha tenuto le meditazioni presentando come tema la dimensione missionaria del presbitero all’interno delle sfide del mondo attuale. Il brano biblico di partenza delle meditazioni e che accompagnerà l’intero anno formativo è stato: “Voi stessi date loro da mangiare” (Mc 6,37). Prima di arrivare al cuore della tematica sono stati presentati alcuni documenti del Concilio Vaticano II, in particolare la Praesbyterorum Ordinis e la Lumen Gentium, che delineano il campo di azione del presbitero.

Il vescovo ha iniziato le meditazioni precisando che il sacerdozio battesimale dei fedeli e dei ministri è partecipazione del sacerdozio di Cristo: Egli rende consacrato tutto il popolo, il Corpo Mistico, con la consacrazione con cui è stato consacrato dal Padre. Proprio perché parte del sacerdozio di Cristo il presbitero è “inserito in un flusso di consacrazione nella storia”. Da questo flusso il Signore chiama alcuni con affetto di predilezione (cf. PO,2).

Il sacerdote è chiamato dunque ad essere mediatore, ovvero coinvolgersi nella vita della comunità, stando in mezzo agli uomini come in mezzo a fratelli. Non potremmo difatti essere testimoni, sottolineava mons. Intini, se non fossimo nello stesso ambiente degli altri. Tutto questo va inquadrato in una ottica che vede la Chiesa come comunione: il nostro sacerdozio è sempre “per”, in relazione agli altri.

Il vescovo ha poi individuato, dalla Sacra Scrittura, tre verbi che possono accompagnare la formazione al presbiterato: generare, desiderare, curare.

Generare. Attraverso l’immagine evangelica di Nicodemo, il vescovo ha spiegato che il cammino formativo è un cammino generativo che porta luce facendo uscire la verità di noi stessi. È un cammino continuo che non termina con il seminario: la nostra è una formazione permanente. È profonda la gioia provata nel momento in cui aiutiamo l’altro a fare verità su di sé, a venire alla luce. Questo vuol dire essere generativi.

Desiderare. A partire dalla vocazione di Abramo abbiamo visto come non c’è chiamata che non sia al contempo desiderio verso un sé migliore, verso il di più: la maggior gloria di Dio. Egli stesso suscita il desiderio e questo va orientato secondo la sua volontà; non possiamo dunque cedere ad un desiderio “fai da te”.

Curare. Il sacerdozio è sacramento della paternità di Dio: il presbitero è chiamato a relazionarsi con i fratelli in armonia con la propria umanità. La cura verso gli altri non deve escludere la cura del sé, avendo consapevolezza dell’esperienza personale. L’equilibrio della persona è fondamentale per la dimensione relazionale. La cura, come nella vicenda del buon samaritano, figura presa come modello, inizia dallo sguardo inteso come capacità di accogliere l’altro e dall’ascolto del suo vissuto. La più profonda forma di cura è dunque l’accompagnamento.

Per concludere e rispondere alla domanda su quale stile il presbitero debba assumere in un mondo che cambia è opportuno fare tre passaggi:

  • il pastore del futuro dovrà stare nel mondo con il suo “io” vulnerabile;

  • il presbitero, come la Chiesa gli chiede, deve essere unito a Dio con la preghiera;

  • facendo da guida agli altri, il sacerdote impara a farsi guidare.

Fondamentale tuttavia è l’atteggiamento di abbandono e fiducia in Dio per la salvezza delle anime: questo è l’obiettivo della vocazione presbiterale e questo il presbitero promette nel giorno della propria ordinazione. La Vergine Maria è l’esempio alto di chi si affida perché si compia pienamente la Sua volontà. La piena maturità del presbitero infatti è una “resa”: “avvenga per me secondo la tua parola” (Lc 1,38).



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