Ora voi siete corpo di Cristo (seconda parte)

di don Giuseppe Daraio,

Vicerettore.


La differenza deve essere occasione e stimolo nel cammino di crescita per il vero incontro con Dio.



San Paolo nella lettera ai Corinzi, paragonando la Chiesa ad un corpo umano con membra differenti ma utili reciprocamente, afferma di voler evitare ogni forma di assolutismo, ogni sviluppo monocratico della vita comunitaria: “Il corpo non è formato da un membro solo”; la vita comunitaria richiede l’integrazione di tutti, che tutte le membra possano percepire la loro singolarità e la loro complementarietà, possano realizzare quell’armonia organica che Dio stesso ha voluto e che è necessaria alla sussistenza del corpo stesso.


Appartenere al corpo significa essere corpo (sarebbe interessante verificare lo spirito di solidarietà che esiste tra noi…)

San Paolo inscena, a questo punto del discorso, una vera e propria drammatizzazione durante la quale le varie membra rivendicano, ciascuna per sé, un’autonomia impossibile, come se ciascuna di esse potesse stare senza l’altra. E invece, solo il corrispondere al bisogno reciproco, che le membra hanno le une delle altre, a partire dall’umano prendersi cura di quelle più sofferenti, la compartecipazione solidale con le vicende liete e tristi di ciascuna, il vivere in modo forte la coappartenenza, ci realizzano, attuano il nostro essere membra, il nostro essere corpo. Al di fuori di questa prospettiva non si dà autentica comunione, non si vive un vero cammino di fede.

Allora il v. 27, che racchiude il nostro tema formativo per questo anno, dice, da una parte, la verità di questa identità organica che ci vede coinvolti in Cristo come battezzati, dall’altra la specificità di una chiamata, di un cammino di fede e di vita che abbiamo ricevuto personalmente da Dio e la necessità di cercarlo e di riconoscerlo sempre per viverlo. “Ognuno secondo la propria parte: qual è la mia?”. La complessità organica di questo corpo, infatti, si esprime nella ricchezza e nella diversità di ministeri, frutto della fantasia dello Spirito, che richiedono, però, concretamente l’esercizio della carità perché questa ricchezza organica non vada perduta e giovi alla crescita ed alla vita di tutti.


C’è un carisma che dobbiamo avere tutti, che è la via migliore, che è l’amore verso Dio e verso gli altri. Per quanto riguarda il resto ognuno sia quel che è e accetti l’altro così com’è.

Quest’unità di mente e di cuore definisce la Chiesa ed è il fine stesso di ogni Eucarestia, di ogni esperienza storica di vita ecclesiale come ci dice l’epiclesi allo Spirito sugli offerenti nella preghiera eucaristica e questo mette a nudo il peccato dell’individualismo e dell’autoreferenzialità che caratterizza il nostro tempo. E allora il nostro fare Chiesa più che accadere all’insegna della comunione è contrassegnato dalla paura dell’altro: non ci accorgiamo che il bisogno dell’altro non è un ostacolo alla realizzazione personale e che le differenze sono opera di Dio. Le differenze, inoltre, non devono sfociare nella paura e nella diffidenza ma nella relazione come evento, accadimento al quale non possiamo sottrarci ma che, anzi, va assunto per incontrare Dio nella concreta presenza ed esperienza dell’altro ed essere così coinvolti nel dono della salvezza. “La mia più vera identità e la mia vocazione si dispiega proprio nel sostenere l’altro”, l’altro che è un dono che Dio mi ha fatto, e non una minaccia da cui fuggire; la sua presenza, inoltre, non può essere accolta solo se o in quanto riesce a tornarmi utile o comoda. Se l’Eucarestia è certamente la realtà dalla quale può “prendere le mosse qualsiasi educazione tendente a formare lo spirito di comunità” (Presbiterorum Ordinis, n. 6), questa deve tradursi in comunione dei membri della comunità affinché la Chiesa diventi strumento di salvezza per tutti.

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