«Con quale amore sia venuto Dio lo sa»

Raffaello delle Nocche vescovo di Tricarico

«Con quale amore sia venuto Dio lo sa e credo lo sappiate anche voi, poiché nulla mi ha scoraggiato, nulla mi è sembrato troppo brutto; devo anzi rendervi testimonianza che ho ringraziato sempre Iddio di avermi mandato in mezzo a voi e non in altre parti».

Queste parole di mons. Raffaello delle Nocche, pronunciate il 14 agosto 1960, rivelano i sentimenti di un servo fedele arrivato al tramonto della sua esistenza, del lavoratore della prima ora che, dopo trentotto anni di instancabile lavoro, fa un bilancio sereno del suo ministero episcopale.

Egli nasce a Marano, in Campania, il 19 aprile 1877 da Vincenzo e Carmela Virgilio, grandi esempi di pietà e operosità cristiana del ceto benestante. Nel 1894, dopo gli studi ginnasiali, comunica alla famiglia il desiderio di diventare sacerdote e, dopo aver vinto l’opposizione paterna, inizia la formazione nel seminario partenopeo. Viene ordinato presbitero il primo giugno 1901.

Dopo alcuni mesi trascorsi nel suo paese, viene chiamato dall’arcivescovo di Lecce, mons. Gennaro Trama, già suo professore, come suo segretario personale. Dal 1915 al 1920, durante la Prima Guerra Mondiale, è rettore del seminario di Molfetta: anni difficili perché spesso gli spazi del seminario venivano requisiti per diventare alloggi militari.

Dopo gli anni passati in Puglia, ritorna nella sua terra d’origine, dove viene nominato vicario foraneo e assistente del ramo femminile di Azione Cattolica.

L’11 febbraio 1922 viene nominato Vescovo di Tricarico: l’ordinazione episcopale avviene a Napoli, nella chiesa di Santa Maria della Sapienza, il 25 luglio 1922, per l’imposizione delle mani dell’arcivescovo titolare di Ancira, Michele Zezza di Zapponeta.

Fa il suo ingresso canonico in diocesi l’8 settembre 1922, in sella ad un cavallo bianco guidato dal sindaco dell’epoca, come da antica tradizione, e subito si rende conto della difficile situazione sociale ed economica che colpiva tutti. Dopo un’udienza con Pio XI, nel 1923 fonda la Congregazione delle Suore Discepole di Gesù Eucaristico, che crescerà rapidamente in Basilicata e nelle regioni limitrofe aprendo asili, laboratori sartoriali per le donne e opere di apostolato. Inoltre, nel ’38 e nel ’47 organizzò due Congressi Eucaristici Diocesani. Dopo una lunga malattia, morì a Tricarico il 25 novembre 1960.

Fin dall’inizio aveva ben chiara la realtà in cui si sarebbe svolto il suo ministero episcopale, come testimoniano le parole indirizzate nel 1957 al vercellese mons. Tagliabue, vescovo eletto di Tursi, per invitarlo ad accettare la nomina:

«Sono stato segretario del vescovo di Lecce per quattordici anni, una città colta, civilissima, comoda, poi rettore del seminario regionale, eppure ringrazio Dio che mi ha mandato proprio in Lucania dove mancano tante cose, vi è tanta povertà ecc., ma dove le popolazioni sono tanto buone e tanto bisognose di essere amate e guidate! Venga dunque, Eccellenza, venga allegramente, lavorerà moltissimo, soffrirà pure, troverà cose che neppure immagina; ma avrà pure tante consolazioni».

Oggi possiamo serenamente constatare come la sua sollecitudine si sia rivolta alla promozione integrale della popolazione della diocesi e come si sia concretizzata nelle diverse dimensioni della vita, intrecciandosi e fecondandosi.

Basti elencare alcune opere realizzate direttamente o indirettamente grazie al suo intervento: scuole di ogni ordine e grado rette dalle Discepole (dagli asili aperti in numerosi comuni all’Istituto magistrale di Tricarico), l’orfanotrofio e l’ospedale di Tricarico (quest’ultimo alloggiato per dodici anni nell’episcopio), le interlocuzioni con alcuni politici per tentare di risolvere i problemi di un territorio conosciuto palmo per palmo, il restauro delle chiese e la progettazione delle case canoniche e, infine, l’invito pressante alla formazione e alla crescita spirituale e le Sante Visite.

Per esempio, la formazione spirituale, rivolta ai sacerdoti e ai laici, viene attuata attraverso diversi mezzi: la catechesi rivolta ai bambini e agli adulti, le missioni popolari (i claretiani le svolgeranno regolarmente nel decennio 1925-36), i ritiri e gli esercizi spirituali per il clero, la paterna attenzione nei confronti dei seminaristi, l’invito pressante alla stretta collaborazione e unità tra i giovani sacerdoti e quelli più anziani, l’impulso alle attività dell’Azione cattolica, l’esortazione a purificare e promuovere la devozione popolare, soprattutto con la cura e il decoro della liturgia.

Delle Nocche compie ben sei visite pastorali tra il 1924 e il 1959, con cui manifesta in principio l’ardente desiderio di conoscere personalmente l’intera diocesi, con le sue risorse e i suoi limiti, e successivamente la continua e paterna sollecitudine per la loro crescita complessiva e, soprattutto, la riforma della vita spirituale.

A questo zelo apostolico, che lo spingeva ad uscire verso il suo popolo, corrispondeva il desiderio di chiamare a sé in episcopio, rinnovato con l’intervento della Santa Sede nel 1938, o fuori regione i sacerdoti, i seminaristi e i laici per vivere insieme periodi di intensa formazione spirituale e umana.

I due grandi temi della sua spiritualità furono l’amore a Gesù Eucarestia e alla Vergine Santa, testimoniati anche nella nutrita raccolta epistolare, mezzo privilegiato per la direzione spirituale, rivolta soprattutto alle suore.

Egli, inoltre, fu in grado di individuare e formare i suoi più stretti collaboratori: il vicario don Pietro Mazzilli, il capitolo cattedrale e i sacerdoti stessi. La decisione di far trascorrere ai novelli sacerdoti i primi anni in episcopio si rivelò una delle iniziative più feconde, utile sia per seguire più da vicino l’inserimento nella vita diocesana sia per indirizzare i primi passi del ministero.

Raffaello delle Nocche muore come ha vissuto.

Sul letto dell’agonia riceve solennemente i Sacramenti e la visita di alcuni vescovi di Basilicata, dell’on. Colombo e di tante autorità civili e militari che dimostrano con questo ultimo omaggio la loro stima.

Ma è soprattutto il suo popolo che vuole salutare il suo vescovo, come ci racconta un testimone oculare.

«Cominciò a snodarsi una fila ininterrotta di fedeli che, in un silenzio pieno di arcane suggestioni, procedeva lentamente per avvicinarsi al letto di un moribondo che stava dando a tutti l’ultima, la più degna e la più nobile lezione di vita. Volevano tutti vedere il loro Pastore ancora vivo per portarsi il suo volto nell’intimo di una memoria che ne avrebbe custodito, il più a lungo possibile, i lineamenti» (P. Perrone, Raffaello delle Nocche, Paoline, 1990, p. 370).
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