Mission is Possible

Aggiornato il: 2 giu 2018

di Emanuele Chita (seminarista V anno).


La partecipazione di alcuni dei nostri seminaristi al Festival della Missione di Brescia

Una trama intessuta di vissuti, riflessioni e arte, con un denominatore comune: la missione. Questo è stato “Mission is Possible”, il Festival della Missione tenutosi a Brescia dal 12 al 15 ottobre 2017, primo esperimento di condivisione su scala nazionale dell’esperienza missionaria della Chiesa.

Ognuno, partecipando al festival, ha portato il proprio contributo personale. Da laici impegnati, a religiosi, a sacerdoti, a semplici studenti in cerca di un'esperienza che potesse andare oltre la semplice teoria. 

Gli studenti della Università Cattolica infatti, tramite il "Charity Work Program", hanno la possibilità di intraprendere un’esperienza di volontariato internazionale, vivendo a stretto contatto con le realtà periferiche del paese in cui capiteranno. Per Sara Gabbas e Laura Bossini è stata la volta della Bolivia, dove hanno potuto servire bambini accolti in un centro che da loro la possibilità di istruirsi e giocare. Valutando la discrepanza con le condizioni di vita occidentali, e nonostante questo la semplice letizia di quella che in breve tempo è diventata una loro seconda casa e famiglia, le due ragazze hanno cambiato il loro sguardo sulle cose e sul mondo. 

La riflessione tout court sull' esperienza missionaria è stata affrontata,  tra l’altro, nell’incontro “Quale futuro per la missione ad gentes?”, dove ci si è chiesti: che cosa significa fare missione oggi? Come deve cambiare la prospettiva rispetto al passato? Così suor Luigina Cocci, comboniana missionaria, rifletteva in relazione proprio allo stato della sua congregazione oggi, dove ci si interroga su come, cambiati i paradigmi del contesto sociale e culturale, vanno modificati anche gli stessi obiettivi dell’Istituto, la sua stessa missio e metodologia di azione. A riflettere con lei c’erano il cardinale Fernando Filoni, prefetto della Congregazione per l'Evangelizzazione dei Popoli e padre Stefano Camerlengo, superiore generale dei missionari della Consolata. Ad aprire l’incontro è stato il nuovo Vescovo di Brescia monsignor Pierantonio Tremolada, in una delle sue prime uscite pubbliche dopo l’ingresso in diocesi.

Una via possibile la suggerisce ancora oggi, a distanza di 5 secoli, Matteo Ricci, missionario gesuita che ha fatto dell’inculturazione il suo cavallo di battaglia. Così in “Matteo Ricci: la via per la missione”, esplorando la sua attività missionaria, il missionario del PIME e teologo della missione padre Gianni Criveller, forte anche del suo studio sulla ricezione della missione in Cina, ha potuto notare come proprio lo stringere legami d’amicizia sinceri che andassero fin da subito oltre l’appartenenza religiosa, a permesso a Ricci di avvicinarsi ad un mondo così radicalmente diverso dal suo. Senza favorire l’insorgere di barriere, ma con la condivisione e lo studio della lingua e cultura cinese, egli si è avvicinato in punta di piedi ai “destinatari” dell’opera evangelizzatrice, scoprendo che se voleva annunciare il Vangelo, non poteva che farlo attraverso i loro stessi strumenti. Ad arricchire il vivace scambio, gli interventi di padre Federico Lombardi, presidente della Fondazione Ratzinger, Elisa Giunipero, docente di Storia della Cina contemporanea all'Università Cattolica, e l’introduzione dell’assistente ecclesiastico generale dell’Ateneo monsignor Claudio Giuliodori.

Ma la missione si esprime anche attraverso la musica, come hanno mostrato i The Sun, gruppo rock cristiano, in uno splendido concerto presso il PalaBrescia, intersecando musica è vita, nel racconto delle personali esperienze di conversione, che diventata anche conversione alla missione. Il presentatore Max Laudadio ha introdotto la serata, parlando della sua personale amicizia umana e spirituale con il leader del gruppo, Francesco Lorenzi

Una delle esperienze più toccanti è stata quella raccontata da Don Alejandro Solalinde, sacerdote messicano, fondatore nel 1997 di “Hermanos en El Camino”, centro di aiuto per i migranti diretti negli Stati Uniti. Titolo dell’incontro, introdotto da Lucia Capuzzi e sostenuto da Amnesty International, rappresentata per l'occasione da Chiara Padula: “I narcos mi vogliono morto”.  Il Messico infatti è la terra di passaggio tra gli stati sudamericani - come la Bolivia e l’Ecuador - da cui molti migranti ogni anno cercano di fuggire a causa delle penose condizioni di vita provocate dalle dittature, e gli Stati uniti. Una volta usciti dai loro confini, questi migranti diventano, dal punto di vista legale “non-persone”: perdono ogni diritto, perfino quello ad avere un nome. Diventano dunque preda dei narcos, che cercano di rapirli per farne merce di scambio: dal turismo sessuale alla vendita degli organi. Da quando, un giorno, Don Alejandro si fermò davanti alla stazione ferroviaria dove essi possono attendere anche giorni per il treno che li porterà vero gli stati uniti, esposti a ogni rischio, e li guardò negli occhi, non riuscì più a voltarsi indietro.

“Prima, ero un prete borghese”, racconta: “avevo le mie comodità, dedicavo molto tempo alla lettura. Ma quando ho incontrato loro, ho capito finalmente in che modo vivere il mio sacerdozio.”

Opporsi ai narcos non è facile, e più volte Don Alejandro è stato percosso e rischiato la vita, ma sensibilizzando il popolo attorno a lui e persistendo tenacemente, ha ottenuto il sostegno e la protezione delle autorità in una determinata area dove prosegue tutt’ora, assieme a volontari laici, l’accoglienza dei migranti in fuga.

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