"Voi siete l'adesso di Dio"

Di Michele Tridente,

vicepresidente nazionale

dell’Azione Cattolica Italiana per il Settore giovani.


Riflessioni sulla vita di fede nel mondo giovanile dopo l'esortazione apostolica "Christus Vivit" di Papa Francesco.



È bello che Papa Francesco abbia associato la vita alla giovinezza. Sembrerebbe un privilegio esclusivo, ma già dalle prime righe si intuisce come essa, che deriva dall’essere stati toccati da Cristo, non si riferisca a un’età anagrafica specifica, quanto ad uno stato del cuore. E tuttavia, nonostante questa premessa, la scelta di scrivere un’esortazione i cui primi destinatari siamo proprio noi giovani indica l’attenzione che il papa ha nei nostri confronti, il suo desiderio di costruire un dialogo limpido, con l’affetto di un padre.

Non è un’intuizione nuova: la storia della salvezza è piena di esempi di giovani che hanno incarnato la santità, come ad esempio il Beato Piergiorgio Frassati, giovane di Ac, impegnato a testimoniare la fede con gioia tra i suoi amici e a servizio dei poveri. Come loro, anche noi dobbiamo sentirci protagonisti di questo tempo, perché noi siamo non il futuro, ma l’adesso di Dio.

Con questa lettera il Papa ci chiede di mostrare il meglio di cui siamo capaci, e di viverlo nella Chiesa e con la Chiesa;

infatti, nonostante le difficoltà e le cadute – che tanta sfiducia provocano nell’opinione pubblica –, essa è chiamata a rinnovarsi e a non perdere entusiasmo. Con il nostro slancio e la nostra caparbietà possiamo aiutarla ad essere incisiva nel mondo; tuttavia, per riuscirci dobbiamo tornare alla fonte, «attratti da quel Volto tanto amato, che adoriamo nella santa Eucaristia e riconosciamo nella carne del fratello sofferente» (cfr. CV 299).

Un compito difficile, visto quanto il mondo metta i giovani a dura prova: lo sfruttamento, l’esclusione sociale, le difficoltà della vita lavorativa sono temi centrali che Papa Francesco approfondisce nell’esortazione; spesso, davanti a questi drammi non si riesce ad avere uno sguardo di compassione. Invece, Francesco desidera una Chiesa che sa piangere, una Chiesa che sa, dunque, essere madre. E invita anche noi giovani a fare altrettanto, accompagnandoci a vicenda e avendo la pazienza di attendere chi è rimasto indietro.

Solo così, infatti, può nascere un impegno concreto, capace di accogliere il monito: “giovani, non rinunciate al meglio della vostra giovinezza, non osservate la vita dal balcone. […] Rischiate, anche se sbaglierete. Non sopravvivete con l’anima anestetizzata e non guardate il mondo come se foste turisti. Fatevi sentire! Scacciate le paure che vi paralizzano, per non diventare giovani mummificati. Vivete! Datevi al meglio della vita! Aprite le porte della gabbia e volate via! Per favore, non andate in pensione prima del tempo.” (CV, 143). È un invito che smuove il cuore: Papa Francesco ci spinge a prenderci cura della nostra spiritualità, a vivere percorsi di fraternità autentici, che sanno di amore gioioso e misericordioso; ci sprona a costruire l’amicizia sociale e cercare il bene comune; ci chiede di essere giovani missionari e di testimoniare il Vangelo ovunque con la nostra vita.

Questo non significa rinnegare il passato, ma rileggerlo e renderlo seme buono per il presente e il futuro, come il Papa spiega attraverso l’immagine del giovane con radici: «è facile “volare via” quando non si ha dove attaccarsi, dove fissarsi» (CV, 179). Avere delle radici salde significa essere consapevoli del bene che c’è stato prima di noi, e lavorare per moltiplicarlo; per questo è necessario essere disposti a farci accompagnare da chi è più grande di noi. Ecco perché non possiamo trascurare il rapporto con i gli anziani, custodi di esperienza e bellezza.

Giovani attivi, con lo sguardo rivolto al cielo e i piedi saldamente ancorati a terra: è questo che il Papa chiede a ciascuno di noi.

Se riusciremo a essere attori, protagonisti di una pastorale giovanile sinodale, potremo rispondere davvero all’esigenza, sempre più evidente, di un accompagnamento vocazionale promosso dai giovani per i giovani.

E proprio sulla vocazione e sul discernimento si concentrano gli ultimi paragrafi della Christus Vivit: Papa Francesco sottolinea quanto la scoperta della propria vocazione sia un passaggio delicato e significativo nella vita di ogni uomo, e quanto sia difficile «far germogliare e coltivare tutto ciò che si è. Non si tratta di inventarsi, di creare sé stessi dal nulla, ma di scoprirsi alla luce di Dio e far fiorire il proprio essere» (CV, 257).

Conoscere la propria vocazione significa scoprire che essa è legata alla carità, al servizio, al bene comune.

Tuttavia, questo percorso può svelarsi solo nel silenzio e nel discernimento, per imparare a scegliere non ciò che è bene, ma ciò che è meglio, quello che corrisponde al progetto di Dio per la nostra vita.

Grati per questi spunti di riflessione, non possiamo che raccogliere l’invito del Papa ad essere giovani che sanno essere esempi di speranza e perseveranza, capaci di affrontare le proposte impegnative di questo tempo, desiderosi di contribuire alla costruzione di un mondo migliore (CV, 15).

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