Un pomeriggio in clausura

Di Flavio Tufaro e

Alberto Delli Veneri

(seminaristi V anno).

Intervista alle Suore di clausura di Potenza sulla vita consacrata e sull'essere parte del corpo di Cristo.


Uno sguardo trasfigurato. Un raggio che ferisce. Un grata, una finestra, un sorriso che sboccia. È un pomeriggio di febbraio. Ci apprestiamo a raggiungere il monastero delle Clarisse di Potenza, in contrada Botte, per intervistare la madre abbadessa, suor Maria Bernardetta, che risponderà alle nostre domande sulla vita di clausura al giorno d’oggi, come viva parte del corpo della Chiesa. All’ingresso ci accoglie il sorriso di suor Chiara Gioia. Entriamo nel parlatorio. Sorseggiando un caffè e degustando i dolci di produzione del monastero, cominciamo l’intervista.


Come vivete l’essere parte del Corpo di Cristo attraverso la scelta della clausura, una scelta di apparente separazione? Fuga dal Corpo o anima del Corpo?

Il corpo è fatto di molte membra, alcune visibili e altre invisibili. S. Teresina ci ricorda: “La mia vocazione è l’Amore. Sì, ho trovato il mio posto nel cuore della Chiesa. Io sarò l’Amore” (Manoscritto B). Come nel corpo umano ci sono il cuore e il cervello, organi indispensabili ma non visibili, così, nella Chiesa ci sono queste membra nascoste che fanno parte del corpo. La nostra vita, paragonata al corpo mistico di Cristo, rappresenta ciò che di più nascosto è del corpo. Mi piace ricordare una frase di Santa Chiara rivolta ad Agnese di Praga: “Ti stimo collaboratrice di Dio e sostegno delle membra deboli e cadenti del Suo ineffabile corpo. (lettera III). Quindi, l’essenza della nostra vita, pur non apparente, non visibile, è proprio nel cuore della Chiesa a sostegno delle membra vacillanti. Pertanto, potremmo paragonare la clausura alle radici di un albero che, pur non vedendosi, danno sostegno a tutto l’arbusto. La nostra consacrazione non è estraneità dal corpo, ma linfa vitale per il corpo. È fermento, come un pugno di lievito, per l’edificazione del corpo mistico di Cristo. “Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12,24). Prima di entrare in monastero ero combattuta tra il desiderio di vita missionaria e il desiderio di vita monastica. Ho deciso di fare prima un’esperienza in un Istituto missionario, perché pensavo rispondesse di più a quello che sentivo nel cuore. Fu in quei giorni che ho fatto chiarezza dentro di me attraverso l’esempio che mi riportò la maestra delle novizie di quell’Istituto. Per indicarmi la specificità dei due tipi di chiamata (alla missione o alla clausura), lei mi ha richiamato alla mente i due tipi di sacrifici offerti a Dio, di cui si parla nell’Antico Testamento: il sacrificio di comunione e il sacrificio di olocausto. Nel primo, la vittima veniva immolata e offerta a Dio e la sua carne veniva consumata dai leviti e dai servitori del tempio. Nel sacrificio di olocausto, invece, la vittima veniva offerta a Dio e bruciata completamente per Lui. Sono ancora molto grata a quella suora, perché questo esempio mi ha permesso di capire la mia vocazione. Compresi che Dio può scegliere delle creature per essere esclusivamente dedite a Lui e che, con questa donazione totale di me stessa, il mio anelito veniva realizzato: attraverso la preghiera potevo raggiungere tutti, portare al Signore ogni creatura.


La corporeità della Chiesa e la corporeità della comunità religiosa: la fraternità come vi aiuta a crescere in umanità? Come vivete la vostra femminilità nella realtà del Monastero? Quali sono gli ingredienti più importanti della vostra vita fraterna?

La nostra femminilità si esprime attraverso una sponsalità e una maternità spirituali. La Regola di Santa Chiara, al cap. VI, riporta le parole del Serafico Padre Francesco: Per divina ispirazione vi siete fatte figlie e ancelle dell'Altissimo sommo Re, il Padre celeste, e vi siete sposate allo Spirito Santo... Francesco, quindi, chiama Chiara: “Sposa dello Spirito Santo”. Chi è la sposa dello Spirito Santo nella Scrittura? È la Vergine Maria. Francesco mette in relazione Chiara e la Vergine. Pertanto, vivere la nostra vita significa vivere l’aspetto sponsale, lasciandosi plasmare dallo Spirito per poter generare il Figlio dell'Altissimo. Chiara, rivolgendosi ad Agnese di Praga, dirà: “Come dunque la gloriosa Vergine delle vergini portò Cristo materialmente nel suo grembo, tu pure, seguendo le sue vestigia (1Pt 2,21), specialmente dell’umiltà e povertà di Lui, puoi sempre, senza alcun dubbio, portarLo spiritualmente nel tuo corpo casto e verginale” (Lettera III).

La sponsalità con lo Spirito ci rende feconde per la comunità, per la Chiesa e per l’intera umanità.

Chiara, poi, parlando della maternità, usa questa bellissima immagine: “Se una madre ama e nutre la sua figlia carnale, quanto più una sorella deve amare e nutrire la sua sorella spirituale” (Regola di Santa Chiara). E' nell'offerta della vita per i fratelli e nella donazione incondizionata alla comunità che viviamo la nostra maternità. Questo ci rende felici e realizza la nostra vocazione.


Quali sono gli ingredienti più importanti della vostra vita fraterna?

Quali gli ingredienti? Penso che la risposta sia l’Inno alla Carità (1Cor 13,1-13).

Santa Chiara, a proposito della fraternità, parla molto del perdono. Ci ricorda: “Prima di recarvi alla preghiera, se dovesse succedere qualcosa tra sorelle, una chieda perdono all’altra e l’altra prontamente perdoni”. Il presupposto per la vita fraterna è il rapporto con Dio da cui scaturiscono la virtù dell'umiltà e la capacità di perdono. Un’altra immagine che Chiara usa ci aiuta a comprendere il valore alto della fraternità: “Memore del tuo proposito, come un’altra Rachele (cfr. Gn 29,16), tieni sempre davanti agli occhi il punto di partenza. Non arrestarti, ma anzi, con corso veloce e passo leggero, con piede sicuro, che neppure alla polvere permette di ritardarne l’andare, avanza confidente e lieta nella via della beatitudine che ti sei assicurata” (Lettera II ad Agnese di Praga). Tutto quello che può succedere e può essere polvere non deve rallentarci nel cammino spirituale. Siamo abituati a sprecare parole, esprimere concetti, ma la sostanza della vita fraterna si compendia in piccoli gesti di carità e di accoglienza. Avere sempre di mira il punto di partenza significa ritornare al fervore degli inizi per prenderne forza e non vacillare nelle difficoltà della vita comunitaria.


Ci raccontate la vostra vita in Monastero?

La nostra è una vita fatta di preghiera e lavoro. Indico brevemente gli orari della giornata: ci svegliamo alle ore 6; dalle 6.30 alle 8.45 ci rechiamo nel coro per la preghiera comunitaria: ufficio delle letture, lodi, meditazione, ora terza e Celebrazione Eucaristica. Alle ore 9.00 colazione e inizio del lavoro comune; alle ore 12.35 preghiera (ora sesta), a seguire pranzo; segue il tempo personale se le attività del monastero lo permettono; ore 15.30 preghiera (ora nona e rosario); 16.30- 17.50 lavoro; 18.00-19.30 vespri e meditazione; cena e ricreazione; 21.30 compieta. Due giorni alla settimana abbiamo l’adorazione eucaristica (martedì e giovedì), in più l’adorazione notturna tra il sabato e la domenica. Nei tempi forti dell’anno liturgico (Avvento- Quaresima) ci sono due “alzate notturne”. Per quanto riguarda il lavoro, svolgiamo sia tutti i lavori di casa: cucina, lavanderia, pulizie sia i lavori per il nostro sostentamento: produzione di dolci, pittura di ceri pasquali, bomboniere, ricamo. Infatti, secondo la nostra Regola, dobbiamo mantenerci con il “lavoro delle nostre mani”, per condividere la vita dei poveri. Spesso, durante le nostre giornate, riceviamo persone in parlatorio o gruppi che chiedono di venire per un ritiro spirituale. Ogni compito in comunità viene portato avanti insieme, ci sono almeno due sorelle per ogni incarico, secondo il nostro carisma che ha al centro la fraternità.


Nella vita comunitaria come armonizzate la chiamata all’unità e la diversità delle vostre persone? L’essere diversi è un ostacolo o un’opportunità?

L’essere diversi è una possibilità e un arriccchimento per la vita fraterna. Infatti, il Serafico padre Francesco ci ricorda che la “vita in comunità è massima conversione”. Vi è un continuo lavorio per armonizzare i caratteri e raggiungere l’obbiettivo comune. La vita comunitaria non è semplice. A tal proposito, San Francesco, parlando proprio della vita comune, ci indica l’esempio del perfetto frate minore: “sarebbe buon frate minore colui che riunisse in sé la vita e le attitudini dei seguenti santi frati: la fede di Bernardo; la semplicità e la purità di Leone; la cortesia di Angelo; l'aspetto attraente e il buon senso di Masseo; la mente elevata nella contemplazione che ebbe Egidio; la virtuosa incessante orazione di Rufino; la pazienza di Ginepro; la robustezza fisica e spirituale di Giovanni delle Lodi; la carità di Ruggero; la santa inquietudine di Lucido” (Fonti Francescane 1782). La testimonianza del poverello d’Assisi ci insegna che, solo valorizzando le virtù e le potenzialità di ciascuno, si realizza la medesima vocazione. Tutto ciò passa, anche, attraverso la sofferenza. La vita di clausura insegna, pertanto, a portare i pesi reciprocamente, accettando la diversità, facendola diventare un esercizio di fede e fortificandosi nella virtù. Il presupposto è la stima reciproca e il non giudicare l’altro. Questo è la base per la comunità. S. Francesco, in una sua Ammonizione, esorta a non adirarsi per il peccato dell'altro, altrimenti quel peccato diventa il proprio. Nella vita fraterna nessuno può giudicare l’errore dell’altro e le motivazioni del suo agire, entrando nella sua coscienza. Quello su cui ci si può confrontare è solo il comportamento esterno, che può essere anche oggetto di correzione fraterna. Ciascuno nell’intimità del suo cuore è chiamato a discernere le sue proprie azioni e nello stesso tempo a riconoscere che l’altro, nella sua diversità, rimane sempre un mistero. Voglio ricordare, a tal proposito, le parole di un frate, che mi ha aiutato molto nel cammino spirituale, padre Giovanni Boccali. Questo santo frate, in una lettera, mi scrisse: “Quando capita qualcosa non la ingoiare, ti viene il mal di stomaco. Non buttarla dietro le tue spalle, perché ti pesa. Impara ad offrire ciò che ti turba. Altrimenti, come raggiungeremo la santità?”. Per noi consacrati, questo dovrebbe essere l’allenamento quotidiano! Una sorella anziana, suor Maria Bianca, con un semplice adagio napoletano, mi ricordava: “se vuoi inciampare in tutte le pietre della via, i piedi a casa non li porti”.

Nella vita di comunità, quindi, per vivere bene, ci vogliono soprattutto la virtù e l’ascesi continua.


L’intervista è terminata. Le luci del tramonto annunciano la sera. Noi rientriamo in Seminario per le nostre attività. Le clarisse si apprestano a raggiungere il coro per la preghiera. Ciascuno per la sua parte, per l’edificazione del corpo di Cristo.

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