LA RELAZIONE: IL CUORE DELLA FORMAZIONE

LUCIO MARTINO (III anno)

Il 15 novembre 2021 la comunità del nostro seminario ha incontrato Padre Amedeo Cencini, sacerdote canossiano che si occupa di scienze dell’educazione con particolare attenzione alle problematiche psicologiche della vita sacerdotale e religiosa. Il tema scelto per quest’incontro è stato “Educarsi a relazioni autenticamente ecclesiali”. Il punto di partenza della sua riflessione è stato che in qualsiasi abuso c’è una difficoltà a relazionarsi. L’abusatore, infatti, può essere definito come un essere anti-relazionale. L’uomo, invece, non è solo un essere razionale, ma vive delle relazioni, a cominciare da quella con Dio, fondata sulla preghiera che non è una semplice ripetizione di parole, ma il pieno abbandono in Lui che alimenta il rapporto personale con Dio stesso. La relazione ci fa crescere reciprocamente l’uno con l’altro. Richiamando, infatti, la differenza tra autorità e potere, padre Cencini ha sottolineato che si è autorevoli quando facciamo crescere l’altro e insieme cresciamo anche noi; il potere, invece, è legato al dominio e al possesso dell’altro. Tutto si fonda a partire dalle relazioni, anche la libertà è un rapporto a due a due, non qualcosa che l’uomo tiene per sé; la stessa vita eterna non è altro che relazione per sempre. La relazione, quindi, è il luogo di crescita e di maturazione dove io cresco insieme all’altro al di là di ogni ceto sociale e di ogni confessione religiosa. In una parrocchia si cresce insieme, anche con i non credenti: ecco la proposta cristiana.

Ma su cosa si fonda l’autorità del presbitero?

Innanzitutto dal fatto che sa stabilire rapporti con le persone e sa accogliere il dramma e le sofferenze degli altri con un cuore compassionevole, come il buon samaritano. Bisogna essere attenti alla sensibilità dell’altro non giudicandolo dal semplice gesto che compie, ma chiedendosi che cosa abbia realmente sofferto. Solo così possiamo evitare di diventare dei “piccoli farisei”. Da dove vengono quindi gli abusi? Sono il segno di come l’autorità può corrompersi in potere in un lento processo in cui il centro non è più il “Tu”, ma l’”Io”. Questo ci porta a considerare il problema del “narcisismo presbiterale” che padre Cencini ha affrontato nella seconda parte del suo intervento, invitandoci a stare attenti a chi è più attratto da riscontri più immediatamente gratificanti, o a chi pensa semplicemente ai risultati delle proprie prestazioni, a chi desidera il successo, la considerazione altrui, la fama e la visibilità, il prestigio sociale, la carriera ecclesiale. Questo è un modo sbagliato di cercare la stima di sé, in quanto identità e stima devono essere in connessione.

Il prete invece deve semplicemente seminare senza pensare al raccolto, ed è chiamato ad auto-decentrarsi senza essere sedotto da qualsiasi idea di potere.

Deve cogliere la bellezza e la dignità intrinseche del senso del servizio, vero luogo in cui può discernere la sua vocazione. Il prete deve amare Dio con il suo cuore e gli uomini con il cuore di Dio. In sintesi: bisogna mettere l’altro al centro della nostra vita riconoscendo in lui il volto sofferente di Cristo che interpella la nostra umanità. Siamo chiamati a raggiungere una vera e propria maturità relazionale, che si fonda su un duplice auto-decentramento: quello appunto dall’io verso il tu, sull’esempio del samaritano senza permettere però che l’altro si metta al centro della tua vita, e quella del noi verso Dio, dove io e l’altro ci apriamo insieme al Terzo, il Tu di Dio, che è il massimo della vita pienamente riuscita. Padre Cencini ci ha esortato infine a non metterci mai al centro. Perché? Perché questo posto aspetta a Dio! «Il cuore umano ha una sete infinita di affetto che solo Dio può appagare».



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