BUON PASTORE: GLI OCCHI DELL’AMORE

Aggiornato il: apr 28

ANTONIO SPIANATO (VI ANNO)


«Oggi ricevete dalla chiesa un dono: il dono di servire, servire per costruire la comunità». Queste sono le prime parole dell’omelia che il Vescovo di Melfi – Rapolla – Venosa, sua Ecc.za mons. Ciro Fanelli, ha rivolto a Colman, Jude e Valentine, la sera del 25 Aprile, durante la Celebrazione Eucaristica della Domenica del “Buon Pastore”, che conclude la settimana di festeggiamenti del nostro Seminario.

I tre seminaristi, provenienti dalla Diocesi di Orlu, Nigeria, e accolti dalla Diocesi di Tricarico, durante la Celebrazione hanno ricevuto il ministero dell’accolitato, che, come ha detto il vescovo, «non è un adempimento burocratico», ma «uno dei passi che conduce al ministero ordinato», una tappa incentrata e finalizzata al servizio.

Introducendo la Parola di Dio del giorno, il vescovo ha evidenziato che «la liturgia di questa domenica ci tocca il cuore perché ci fa comprendere come il nostro Dio si prende a cuore ciascuno di noi. Egli cura la nostra vita, è attento a ciascuno di noi».

La pagina evangelica, infatti, vede Gesù presentarsi come il Buon Pastore che da la vita, conosce e vuole l’unità del suo gregge. «Queste caratteristiche che Gesù attribuisce a sé, in realtà, esplicano anche il servizio a cui noi siamo chiamati ed evocano l’immagine di Gesù Servo: il buon Pastore è il servo che è venuto a dare la vita per noi (cf Gv 10,11). Le due immagini del pastore e del servo si illuminano a vicenda e ci permettono di comprendere come il nostro cammino di formazione deve crescere quotidianamente in questa triplice dimensione: donarsi, conoscere, unificare».




Con queste tre parole potremmo riassumere il contenuto dell’omelia che mons. Fanelli ha rivolto alla nostra comunità.

«Il presbitero all’interno di una comunità – ha continuato il vescovo – esplica molteplici attività, ma fondamentalmente il servizio insostituibile a cui il sacerdote è chiamato parte dall’altare e porta all’altare. In fondo, tutte le altre mansioni che un sacerdote fa potrebbero essere svolte dai laici; ma l’identità profonda del sacerdozio è comprensibile soltanto alla luce dell’Eucarestia, perché in essa il sacerdote esplica queste tre dimensioni della sua vocazione».

Innanzitutto, donarsi. Il ‘darsi’ del sacerdote riguarda certamente tutte le attività che egli svolge, ma è soprattutto «un darsi del cuore, un non appartenersi più, un sapere che il nostro cuore è tutto di Cristo, affinché lui attraverso il nostro cuore, oggi, possa prendersi cura di quelle persone, di quella comunità che la Chiesa ci ha affidato. Il ‘dare la vita’ certamente ha come orizzonte il traguardo del martirio. Eppure, potremmo parlare anche di un martirio incruento, spirituale e, soprattutto pastorale», a cui, come seminaristi, dobbiamo prepararci, perché «altrimenti rischiamo di condannarci ad una permanente frustrazione». Se non ci prepariamo a dare noi stessi senza attenderci ricompense, il nostro ministero non ci gratificherà mai, perché «ci sarà sempre qualcosa che noi attendiamo ma che non ci giunge».

Conoscere. La seconda dimensione ministeriale, evidenziata dal vescovo, riguarda la conoscenza.

Citando Guglielmo di Saint Thierry, monaco medievale belga, che diceva che «gli occhi per vedere Dio e per vedere i fratelli come figli di Dio sono gli occhi dell’amore», il vescovo di Melfi ha precisato che «senza gli occhi dell’amore non si conosce secondo la logica di Dio. Possiamo, infatti, conoscere tutti i nomi delle persone che frequentiamo, ma solo quella dell’amore è la conoscenza vera di cui ci parla Gesù.

Facendo riferimento a papa Francesco, il quale, nel messaggio per la 58a giornata vocazionale ci parla della vocazione come il “fare nostro il sogno di Dio”, mons. Fanelli ha con forza sottolineato che «il sogno di Dio è che ognuno sia, che ognuno sia se stesso, che ognuno possa stare in piedi, che ognuno possa sentirsi amato». Conoscenza, dunque, è far sentire l’altro amato.

In ultimo, la terza dimensione: l’unità. «Gli attentati all’unità sono stati molteplici: la storia della chiesa ce lo insegna, ma anche le nostre esperienze di Chiesa. Sembra che dietro l’angolo di ogni attività e di ogni percorso formativo immediatamente si creano degli ostacoli che portano o creano divisione oppure – peggio ancora! – quel “sentirsi a posto” in quanto noi stiamo bene, senza preoccuparci di chi sta al di là del nostro orizzonte: “ho altre pecore di cui devo interessarmi” (Gv10,16).

In conclusione, il vescovo, ha chiesto per ciascuno di noi e, in modo particolare, per Colman, Jude e Valentine, questo triplice dono: «di saper amare sempre donandosi, di imparare a conoscere le persone che incontriamo secondo il cuore di Cristo e di essere sempre fermenti di unità. Senza dimenticare che ogni vocazione, soprattutto quella del sacerdozio, è partecipazione al sogno meraviglioso di Dio, che va custodito con fedeltà, che dobbiamo rendere bello con la nostra gioia e che dobbiamo difendere mediante una vita dedita al servizio».

Subito dopo l’omelia ha avuto luogo il rito di conferimento del ministero dell’accolitato ai tre seminaristi.

Al termine della celebrazione il rettore, don Angelo Gioia, nel discorso finale, ha richiamato l’importanza del servizio ai fratelli che ci permette di scoprire perché il Signore continua a chiamare semplici e fragili uomini a diventare pescatori di umanità; «solo il servizio ci restituisce la genuinità e l’eterna giovinezza di ogni nostra vocazione. Questo non va dimenticato: se è lui che chiama, è solo grazie alla sua fedeltà che potremmo mantenerci servi e pastori del suo gregge. Guardando al buon Pastore ci interrogheremo continuamente su come portare sui tratti autentici ed essenziali quella missione del quotidiano che vive e si muove sempre negli ampi spazi dell’ ecclesialità».



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